Feb 232019
 

fotosearch_k5791530Ascoltare non è facile. Costa la fatica di creare dentro di sé uno spazio di disponibilità, di simpatia, di sincerità nei confronti del proprio interlocutore. Vuol dire arretrare almeno un attimo, farsi zitti per non sovrapporre il proprio cicaleccio incessante alla voce che preme alle porte della nostra attenzione. E’ più facile esternare, dichiarare, affermare, magari con toni asserviti, con quel tanto di aggressività che oggi a molti piace perché vorrebbe trasmettere un sentimento di forza, di rassicurazione. Ascoltare il bene è un’operazione anche più sottile e delicata.

E’ necessario tendere l’orecchio perchè il bene ha una voce flebile. Addirittura bisogna cercarlo, scovarlo nel frastuono, nel rumore indicibile di una comunicazione spesso esasperata, sopra le righe, non a caso oggi esposta al rischio delle cosiddette “fake news”.  La voce del bene è così facilmente sopraffatta dalla voce del male che irrompe e si impone per almeno due motivi.

Il bene basta a sé stesso; non cerca la scena, non ama farsi pubblicità, non ne ha bisogno perché ha in sé quella pienezza di senso che non chiede altro.

Per lo più è normale, non è eclatante, non cerca l’audience, non si esibisce per la platea, non ostenta gesta eroiche neppure quando effettivamente tali sono.

Il male, al contrario, finisce per essere accattivante; calamita l’attenzione spesso addirittura in modo morboso, ossessivo.

Spesso un evento quanto più si presenta truce o turpe, orrendo, tanto più suscita in molti un interesse vischioso.

E chi gestisce i mass media lo sa e ci marcia.

E’ difficile dire perché ciò avvenga, eppure si tratta di un’esperienza comune.

Dunque, ascoltare non è, come sembrerebbe a prima vista, passività; al contrario, si tratta di un’operazione “attiva”.

Bisogna voler ascoltare;  imparare, addestrarsi, allenarsi per saperlo fare.

Si può parlare a vanvera, ma per ascoltare occorre essere interiormente maturi.

Altrimenti non è “ascoltare”, ma, se mai, un “sentire” che è tutt’altra cosa.

Ad esempio, per guardare ad un fenomeno che costituisce la “cifra” propria del nostro tempo storico: chi ascolta i migranti?

Li contiamo a centinaia, a migliaia; migliaia di vivi e di morti. Li rivestiamo, con le nostre interminabili diatribe che li riguardano, dei nostri mille abiti mentali.

Ma per noi sono pur sempre una massa, sostanzialmente informe.

Sappiamo chi sono? Conosciamo le loro storie? Li abbiamo mai ascoltati davvero?

Li marchiamo della nostra diffidenza, del nostro sospetto.

Pochi – gli stessi uomini delle forze dell’ordine spesso, i soccorritori, i volontari – accostano davvero la loro umanità.

Ma noi cosa ne sappiamo di quel che si nasconde dietro i loro drammi?

Siamo sicuri che, anziché degradazione come per lo più saremmo inclini a pensare, non vi siano – maturati in una sofferenza che non riusciamo a misurare con i nostri parametri – ricchezze di umanità che ci stupirebbero, se solo li sapessimo ascoltare?

 

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