I Confratelli dell’Unione

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Lug 162014
 

PRESENTAZIONE

Vengono qui proposti i Profili di alcuni Sacerdoti dell’Unione Sacerdotale di San Raffaele.

Non si tratta di  una cronaca o di una galleria di Personaggi,  ma di Testimonianze sulla figura di questi sacerdoti, portate da loro Confratelli o da Amici.

Con questa proposta essi intendono fare memoria di Fratelli e Amici con i quali hanno percorso insieme un pezzo di strada, uniti dalla stessa spiritualità e idealità; desiderano nello stesso tempo  esprimere il senso di riconoscenza per quanto hanno rappresentato per loro.

La proposta è anche frutto della richiesta di tante persone che hanno beneficiato della loro presenza e della loro opera e che desiderano riviverle.

Chi coglie l’anima di queste testimonianze si renderà conto che le caratteristiche che accomunano questi Sacerdoti sono: la spiritualità filiale, cioè un contemplativo rapporto con Dio sentito e accolto come Padre, la “secolarità”, cioè un’incarnazione personale e pastorale nella vita e nella realtà dell’uomo d’oggi,  e la comunità, cioè un vivo senso di comunione fraterna con gli altri Fratelli, con le comunità in cui sono inseriti e con chi incontrano nella loro vita, specialmente gli ultimi, fondato sulla Paternità di Dio: il tutto vissuto  nello spirito e nell’impegno dei  Consigli evangelici.

Testimonianze:

don Isidoro Mattiello

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Lug 162014
 

don Isodoro Mattiello

(Testimonianza di don Egidio Menon)

Nato 3 aprile 1913 ad Asigliano Veneto (Vicenza)
Ordinato 9 marzo 1940 a Vittorio Veneto
Morto 21 febbraio 1976 all’ospedale di Vittorio Veneto

donisidoromattielloDalla Omelia del Vescovo monsignor Antonio Cunial in occasione dei funerali che si sono tenuti nel duomo di Serravalle: Don Isidoro Mattiello è tornato al Padre, che ha tanto amato e fatto amare, la mattina del 21 febbraio 1976, dopo oltre due settimane di degenza all’Ospedale di Vittorio Veneto, per complicazioni dei disturbi per i quali soffriva da tempo.

Non aveva ancora 63 anni, essendo nato ad Asigliano Veneto il 3 aprile 1913.

Era noto ed apprezzato soprattutto per la sua mitezza e grande pietà, dovute un poco all’indole, ma molto più ad una sempre docile e generosa corrispondenza ai grandi doni, con i quali Dio Padre per primo lo ha amato.

Quando il 24 ottobre 1929 venne aperta la Casa San Raffaele di Vittorio Veneto, era lui il maggiore del gruppetto di ragazzi che avrebbero poi dato inizio alla comunità di sacerdoti voluta dal Padre Gioachino Rossetto o.s.m., e accolta dall’allora vescovo Mons. Eugenio Beccegato.

Fece i suoi studi nel Seminario diocesano e il 9 marzo 1940 fu il primo sacerdote e il primo direttore dell’Istituto S. Raffaele, ufficio che esercitò fino al 1965.

Fu a Roma durante gli anni della guerra e conseguì la laurea in “utroque jure” al Pontificio Ateneo Lateranense.

In collaborazione con i vescovi Zaffonato, Carraro e Luciani, la nuova Famiglia ha fatto con lui un buon cammino di 25 anni.

Lavorò molto alle Costituzioni della nuova Famiglia; aprì l’Istituto all’esterno inviando sacerdoti in aiuto alla diocesi di Roma, poi di Albano, di Poggio Mirteto e infine di Saó-Mateùs in Brasile.

Ai suoi confratelli e alle signorine dell’Istituto ha insegnato molto con la parola, negli incontri spirituali, e ancora di più con i suoi esempi di umiltà, saggezza, disponibilità generosa, pazienza, dolcezza, intenso anelito interiore, volendo vivere e testimoniare la spiritualità dei figli di Dio.

Similmente tantissime altre anime hanno ricevuto da lui nella confessione e direzione spirituale, nelle numerose missioni al popolo, nella predicazione degli Esercizi spirituali e di Ritiri per i quali era molto ricercato, soprattutto dalle comunità religiose

Apostolato fra tutti preferito era quello verso gli ammalati ai quali sapeva trasfondere tutta la bontà del suo spirito e la sua fede semplice e abbandonata.

Come assistente spirituale dell’UNITALSI ha accompagnato numerosi pellegrinaggi a Loreto e a Lourdes, sempre con tanta edificazione

Quale membro del tribunale ecclesiastico diocesano ha svolto anche compiti delicati, nelle cause matrimoniali e di altro genere, sempre alla ricerca del massimo bene delle persone, secondo Dio.

Si impegnò con entusiasmo nel cercar di mettere in luce anime grandi del nostro ambiente, degne di essere imitate.

In questo senso don Isidoro, ha collaborato più che .volentieri alla introduzione della causa di beatificazione di Fra Claudio Granzotto da S. Lucia di Piave, ed ha messo insieme tanti documenti sulle virtù-e sulla testimonianza di fede sino al sangue, data dà D. Giovanni Brescacin, parroco di Cappella Maggiore, assassinato durante l’ultima guerra, ma soprattutto ha  raccolto molte memorie relative al fondatore dell’Istituto S. Raffaele

L’aspetto più caratteristico di don Isidoro è stato quello di trasmettere fedelmente la spiritualità e l’eredità spirituale di Padre Rossetto.

Il suo fraseggiare, i suoi modi di dire, le espressioni programmatiche (Tanto si vive quanto si muore, ecc.) ricalcavano quanto aveva assimilato da Padre Rossetto..

In tal modo ha raggiunto anche lui la grandezza degli umili.

Così Mons. Cunial ha comunicato ai presenti il profilo di D. Isidoro il giorno del suo funerale.

Notizie scarne, essenziali, che sottolineano soprattutto la sua diocesaneità.

Don Isidoro rappresenta per noi Sacerdoti di San Raffaele,  la continuità, l’anello che ci lega al nostro fondatore. A noi, infatti è mancato il “padre”.

Padre Rossetto è mancato troppo presto, quando parecchi di noi non erano ancora formati: non avevamo ancora le ossa abbastanza robuste per affrontare le responsabilità, i compiti ed i rischi della nuova istituzione. Senza voler sminuire il valore del servizio e dell’aiuto prezioso che abbiamo avuto dalle Sorelle dell’Istituto secolare femmine, in molte occasioni abbiamo avvertito la privazione del “padre”.

D. Isidoro ci è rimasto come “Fratello maggiore”, carico della responsabilità di trasmettere quanto aveva imparato direttamente da p. Rossetto. E lo trasmise con fedeltà assoluta, come sottolineato da Mons. Cunial alla fine delle sue parole sopra riportate.

Don Isidoro ci insegna anche un incondizionato amore alla Famiglia. Per essa lavorò molto, prima assieme ad Emanuela, poi con Elsa, due responsabili dell’Istituto femminile delle Figlie di Dio, fondato da Padre Rosetto.

Lavorò con la testa, mettendo a disposizione la sua formazione in Diritto canonico per arrivare ad una sistemazione giuridica della Famiglia, sempre conservando l’intuizione iniziale e lo spirito di p. Rossetto.

Ma lavorò anche con le mani, fisicamente: chi di noi non lo ricorda, assieme al fratello Toni, intento a sistemare impianti elettrici, o termosifoni, o rubinetti?…E quando arrivò il tempo dell’infermità, quando faceva fatica a ricordare, ad applicarsi, o anche solo a leggere, offriva in silenzio le sue sofferenze per la Famiglia: ecco D. Isidoro.

Possiamo concludere con le espressioni riportate nell’immagine-ricordo redatta e distribuita in occasione del trigesimo della sua morte:

“Lasciati portare!” E’ stata il programma della sua fede.

“Butta nel Signore la tua preoccupazione ed Egli ti darà sostegno”(Salmo 55,23)

Era il sospiro della sua speranza.

“Tanto si vive quanto si muore”. Fu la misura della sua carità, come disponibilità piena a Dio e al  prossimo, nella Chiesa e nella comunità, fino alla morte con Cristo, in attesa della risurrezione con Lui.

Tre espressioni che sono il vero ritratto del “nostro” D. Isidoro.

Tre espressioni che ripetono anche a noi, oggi, quale dev’essere il cammino del nostro sacerdozio: il nostro programma, il nostro sospiro, la misura della nostra carità.

Solo se sapremo vivere così, come lui è vissuto, D. Isidoro sarà veramente “nostro”.

don Alvise Fabris

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Lug 162014
 

don Alvise Fabris

(Testimonianza di don Ermanno Crestani)

Nato 29 settembre 1925 a Olmo di Creazzo (Vicenza)
Ordinato 18 giugno 1950, Chiesa di S. Raffaele a Vittorio V.
Morto 2 giugno 1982 all’ospedale di  Vittorio Veneto

Don Alvise Fabris nacque il 29.9.1925 da Giovanni e da Vezzaro Lucia, a Olmo di Creazzo (VI).
Il 17 Agosto 1939 entrò a Casa S. Raffaele di Vittorio Veneto, dopo aver frequentato la don Alvise FabrisI Ginnasiale presso il Patronato “Leone XIII” di Vicenza.
Compì i successivi studi ginnasiali, liceali e teologici presso il Seminario diocesano di Vittorio Veneto, assieme agli altri allievi della Casa S. Raffaele, dal 1939 al 1950.
Il 18 Giugno 1950 ricevette l’Ordinazione sacerdotale, nella Cappella di S. Raffaele, dallo zio Mons. Antonio Mantiero, allora Vescovo di Treviso.
Ha svolto quindi molteplici forme di ministero, soprattutto in campo giovanile:

–  Cooperatore nella parrocchia di Salsa dal 1950 al 1953.
–  Assistente diocesano dei Fanciulli di Azione Cattolica dal 1952 al 1956.
–  Rettore del Convitto vescovile di Poggio Mirteto (RI) dal 1956 al 1958, su richiesta del cardinale Adeodato Piazza, cui era affidata la diocesi Sabina.
–  Responsabile del Centro Addestramento Professionale ad Aprilia (LT), dal 1958 al 1960, parrocchia affidata ai confratelli dell’Unione San Raffaele.
–  Incaricato della formazione degli aspiranti al Sacerdozio nella Casa S. Raffaele di Vittorio Veneto, dal 1960 al 1968.
Insegnante di Lettere, per una decina d’anni, nello stesso periodo, nella Scuola Media del Seminario diocesano.
–  Cooperatore festivo a San Fior di Sopra dal 1970 al 1978.
–  Insegnante di Religione presso il Ginnasio-Liceo scientifico di Vittorio Veneto, dal 1974 alla morte; e in antecedenza, per qualche anno, presso l’Istituto Professionale Statale per l’Agricoltura di Colle Umberto.
– Rettore della Chiesa di S. Raffaele dal  1978 e Assistente della locale Associazione “Maria Cristina”.


La mattina del 25 Maggio 1982 fu colpito da emorragia cerebrale, che lo lasciò pienamente cosciente, per il tempo necessario a chiedere aiuto, confessarsi ed esprimere le sue ultime volontà.
Il 2 Giugno successivo anche il suo cuore cessava di battere, presso l’Ospedale Civile di Vittorio Veneto.
I funerali, presieduti dal Vescovo Mons. Antonio Cunial con un’ottantina di Concelebranti, si sono svolti nella Chiesa di S. Andrea di Vittorio Veneto, il pomeriggio del 4 Giugno 1982.
Furono poi ripetuti a Olmo di Creazzo (VI), nel cui cimitero è stata tumulata la salma.

In tutte le sue attività don Alvise portava una profonda spiritualità, che è progressivamente cresciuta, attraverso tappe fatte di preghiera, di esercizi spirituali fatti e ricevuti, di prove fisiche e morali. Verso la fine della vita, in vicinanza della sua morte, egli ha varcato certamente le soglie della mistica.
Portava nel cuore un profondo amore al mondo, tanto che lo sentivo soffrire quasi fisicamente nel vedere la società allontanarsi dalla fede e svuotarsi di valori. Fatto che immetteva nel suo animo e nelle sue attività un’urgenza e quasi una fretta di donare e di donarsi.
La sua passione più grande: la formazione dei giovani, che ha continuato a coltivare in tutte le stagioni e le attività della sua vita: nella scuola, nella pastorale, nella formazione delle vocazioni sacerdotali dell’Istituto san Raffaele, nei campiscuola di Miravalle a Pelos: “i giovani sono la mia disperazione e la mia gioia”, diceva. Era geloso di loro della stessa gelosia di Dio; sentiva forte il loro appello profondo e spesso inconsapevole alla gioia vera, alla speranza di una società migliore, agli ideali alti, ed egli li indicava loro in Gesù.

Vibrava, in modo profondo, della spiritualità attinta dalla propria Famiglia spirituale: una filiale intima contemplazione di Dio come Padre, che lo ha portato progressivamente ad unirsi a Gesù nel suo filiale abbandono al Padre: Continuo a ripetere: Padre, Papà. Io sono tuo, fa di me quello che ti piace. Io mi abbandono a Te, perché sei il mio Papà (2 maggio 1981).
E per questo aveva un acuto desiderio di comunicare anche agli altri questa spiritualità: Oso chiederti una grazia in questo momento, Papà: che molti cristiani giungano a incontrarti come Padre, che il tuo nome sia conosciuto, amato, adorato, santificato, ce venga il tuo dolce regno d’amore (ibid.)
O Padre. O Padre mio!… Voglio impiegare tutte le mie energie nel far conoscere il tuo nome di Padre, perché tu possa avere la gioia di estendere il numero dei tuoi figli. Amen (dalla sua ultima preghiera il 18 maggio 1982).
Con questo scopo egli aveva dato vita a molti gruppi di preghiera, seguiva spiritualmente le Sorelle dell’Istituto femminile di San Raffaele e organizzava incontri con gli ex-allievi di san Raffaele , per mantenere viva in loro la spiritualità filiale ricevuta.
Ha dato la vita per le vocazioni del suo Istituto: non solo perché ha dedicato a questo le sue migliori energie, ma anche perché per questo scopo ha scelto di offrirla esplicitamente:

Mio Dio, sono tuo. Fa che io sia tutto tuo. Fa di me quello che ti piace. Pur che la Famiglia continui, pur che ci siano altri figli di Dio, pur che tu conservi quelli che ci sono. E abbiamo lo Spirito!
Promessa e impegno che in letto di morte ha confidato a me che ero accorso quella mattina al suo capezzale:
Io sento che sto per morire. Ricorda che ho offerto la mia vita al Padre per la Famiglia, perché abbia nuove vocazioni che diffondano la conoscenza e l’amore del Padre….. Io dal cielo continuerò a pregare e a lavorare per questo”.

don Clemente Cietto

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Lug 162014
 

don Clemente Cietto
(Testimonianza di don Bruno Meneghini)

Nato 6 dicembre 1933 a Soligo (Treviso)
Ordinato 28 giugno 1959 a Vittorio Veneto
Morto 3 giugno 1990 ad Aprilia

Don Clemente Cietto nasce  a Soligo il 6 dicembre 1933, da una famiglia numerosa e profondamente religiosa.
Entra giovanissimo a Casa San Raffaele.
Compiedon Clemente Cietto tutto il percorso dei suoi studi: Medie, Ginnasio, Liceo, Teologia, frequentando il Seminario Vescovile.
Viene ordinato sacerdote nel Duomo di Sacile, insieme a un bel gruppo di compagni di scuola, il 28 giugno 1959, dall’allora vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Albino Luciani.
Subito dopo la sua ordinazione, i superiori lo inviano ad Aprilia,( in provincia di Latina) dove, per altro, già si trovano, da poco più di un anno, altri confratelli di Casa San Raffaele, chiamati a reggere quella parrocchia in rapida espansione, situata alle porte di Roma, e nella diocesi suburbicaria di Albano Laziale.(cfr nota)
Ad Aprilia, quindi don Clemente, fresco di ordinazione, entra come collaboratore, nell’autunno del 1959, per rimanervi – con lo stacco di un anno sabbatico –  fino alla sua morte.
Questa lo coglierà, per un male incurabile, ancora in giovane età e in piena attività, il 3 giugno del 1990.
In parrocchia trova altri quattro confratelli di Casa San Raffaele; con loro egli si mette al lavoro, che non manca…
Aprilia, in quegli anni, era in continua e crescente espansione. Ogni giorno sorgevano case, un po’ da per tutto,  con licenza o senza licenza edilizia; era un continuo lottizzare terreni togliendoli alla agricoltura, un continuo aprire strade e vie nuove, spesso in modo molto disordinato, senza un piano regolatore, ecc…  In una parola “senza regole”.
Volendo fermarci al solo campo della pastorale, per avere un’idea di che cosa era allora la parrocchia di San Michele (Aprilia), riporto un semplice dato: i battesimi che si amministravano nel corso di un anno si aggiravano attorno ai 300 e anche più!!! Senza pensare ai giovani e ai nuclei familiari che quotidianamente arrivavano da ogni parte dell’Italia in cerca di lavoro..

Sotto la guida del parroco (don Fernando Dalla Libera), si lavorava tutti in sintonia, ciascuno responsabile del proprio settore; eravamo davvero una bella equipe! Si programmavano la varie attività insieme, con incontri settimanali di una intera mattinata, con puntuali verifiche, sopra tutto in piena comunione e tanto entusiasmo. Eravamo tutti giovani… Non mancavano gli scontri, ma venivano quasi sempre ricomposti con l’aiuto di quella fraternità che ci univa,  e che ci caratterizzava  in quegli anni anche agli occhi del presbiterio diocesano; di noi si diceva:  “Quello di Aprilia è un gruppo particolare di preti”.

Don Clemente negli anni trascorsi nella parrocchia di san Michele svolse il suo ministero in più settori, come del resto molti di noi, sacerdoti di Casa San Raffaele, che lì abbiamo dato il meglio delle nostre personalità.
Per la sensibilità e l’attenzione verso il mondo del lavoro,  che lo ha accompagnato da sempre,  fin da studente,  ebbe  molto presto l’incarico di “Assistente Acli”, dove si prodigò con tutto se stesso, donando gran parte del suo tempo ed esprimendo il meglio delle sue doti, con riunioni settimanali, incontri,  dibattiti,  anche con la presenza di alcune belle figure di personalità di spicco.
Credo sia giusto ricordare una sua caratteristica personale che a mio avviso lo contraddistinse sempre, fino all’ultimo:  “la sua disponibilità”. Tra di noi, che lavoravamo insieme, era diventato normale, in certe circostanze dirci: “Vai da don Clemente”. E spiego il perché: con tante attività che c’erano in parrocchia, capitavano spesso degli imprevisti, – cose da fare, che erano di tutti e di nessuno –  In queste occasioni, dal parroco a tutti noi, a chi si ricorreva? A don Clemente che,  spostando i suoi impegni – certamente con tanta generosità  e  sacrificio personale! –  ci rispondeva quasi sempre  di sì.

Nel 1971 venne nominato parroco di Campo di Carne: una grossa frazione di Aprilia a circa cinque km dal  centro città.
Anche qui don Clemente diede tutto se stesso “prima per creare una vera Comunità,  e poi per  farla crescere”.

Il 3 giugno 1990  –  lo ricordavo già sopra –  don Clemente moriva, al Policlinico Gemelli di Roma, dopo cinque lunghi mesi di dolorosa malattia vissuta con grande serenità e coraggio, con fede e con abbandono filiale al Padre del cielo, lasciando un bel ricordo in quanti lo avevano conosciuto.

Io sono tra costoro, anzi la mia è stata una vera condivisione di vita con don Clemente, prima di tutto, a Vittorio Veneto in Casa Pater, da studenti – ci divideva un anno soltanto – e poi, diventati sacerdoti, per parecchi anni nella parrocchia di  Aprilia, ambedue impegnati nella pastorale di quella città..

A Vittorio Veneto, soprattutto negli anni di teologia, eravamo molto spesso uno accanto all’altro sia nei corsi di studio che si svolgevano insieme, sia anche nell’affrontare situazioni  di vita che si incontravano a Casa Pater.
Le difficoltà che nascono e ti accompagnano nel corso della vita, nel momento in cui vivi insieme e condividi la tua situazione,  ti portano a cercare delle “alleanze” con altri per  meglio superarle.
Devo dire che in più di una occasione, don Clemente ed io, ci siamo aiutati vicendevolmente, pur riconoscendo di avere caratteri diversi.

Ad Aprilia il suo impegno – l’ho accennato anche sopra –  è andato verso le aspettative del mondo operaio mentre io mi sono trovato a lavorare sul versante del mondo dei giovani.. Questo però non ci ha impedito di operare in comunione e in sintonia tra di noi.

Aggiungo un’ultima osservazione. Tra le altre attività pastorali svolte in Aprilia, mi è stato affidato il servizio pastorale della zona di Campo di Carne; e questo dall’anno 1961 fino all’anno 1970, quando subentrò don Clemente, come parroco. Rivedendo  a distanza di tanto tempo  – sono passati quasi quarant’anni – il lavoro che la provvidenza ha voluto svolgessimo, forse, senza accorgerci,  “la nostra spiritualità”, ricevuta negli anni di formazione ci ha accomunati nei contenuti e anche nelle modalità del nostro ministero.
Prima di stendere queste  righe sulla figura di don Clemente e sul suo lavoro pastorale,  ho voluto  ritornare – con una certa nostalgia – a Campo di Carne… la mia e la sua parrocchia!!!
Mi sono incontrato con varie persone che hanno avuto modo di conoscerlo; ho parlato con loro di lui..
Con mia grande meraviglia e insieme con un senso di tanta  gioia dentro,  ho notato che pur a distanza di quasi 20 anni da che non c’è più in parrocchia, don Clemente vive ancora nel cuore di tantissime persone che lo hanno conosciuto e lo hanno saputo apprezzare per la sua “grande” personalità di uomo “umile, vero, sincero”.
L’immagine che rimane indelebile è il suo immedesimarsi alla gente, e il suo donarsi senza risparmio per tutti.
Ha speso, nel vero senso della parola, la sua vita per i fratelli.Mi pare di poter applicare a don Clemente ciò che la Scrittura afferma dell’uomo giusto: Egli “rimane in benedizione”.


Nota:  (Allora,  anni cinquanta, Albano Laziale era  una delle Diocesi suburbicarie di Roma con un vescovo titolare residente a Roma, e  in quegli anni era il card. Pizzardo, mentre in loco operava  un vescovo, (mons. Macario), una specie di vicario generale. Come prefetto della Congregazione dei Seminari, il card. Pizzardo, su suggerimento di Pio XII, avendo scarsità di clero sia la diocesi di Romasia quelle suburbicarie, chiese alle diocesi italiane, in quel tempo ricche di preti, di venire incontro. La risposta fu di grande generosità. Ecco spiegata  la presenza e il servizio pastorale in quelle diocesi di sacerdoti incardinati altrove).

don Mario Albertini

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Lug 162014
 

don Mario Albertini

Nato 2 febbraio 1925 a Valdagno
Ordinato 21 settembre 1947 a Vittorio Veneto
Morto 26 giugno 2013 a Vittorio Veneto

Era nato a Valdagno il 2 febbraio 1925, quinto di otto fratelli.
Ha studiato presso il Seminario di Vittorio Veneto e si è laureato in utroque jure all’Univ. Lateranense.
Ordinato sacerdote  da Mons. Zaffonato il 21 settembre 1947, ha svolto il suo ministero per 12 anni a Vittorio Veneto come stimato insegnante di religione al Dante e poi al Classico. È stato assistente degli Universitari vittoriesi (FUCI), direttore della Casa dello studente, svolgendo attività pastorale nella Chiesa di San Raffaele.

Dal 1963 al 1988 ha svolto il suo ministero a Roma come assistente della FUCI nazionale; è stato rettore del Seminario san Paolo per vocazioni adulte, ha svolto per 14 anni l’incarico di sottosegretario della Congregazione mondiale dei Religiosi per gli Istituti secolari
Ha collaborato per qualche tempo anche alla Radio Vaticana e ha tenuto le omelie domenicali alla Televisione nazionale

Ha guidato l’Unione sacerdotale di san Raffaele dal 65 al 75 e successivamente dal 90 al 2005.
Nel 1988 è tornato in Diocesi di Vittorio Veneto dove per 15 anni è stato responsabile dell’aggiornamento del clero diocesano, svolgendo nel contempo anche incarichi di difensore del vincolo nel Tribunale ecclesiastico del Triveneto, insegnante di diritto canonico presso lo studio teologico di Vittorio Veneto-Treviso, docente all’università degli Anziani di VV e dal 1988 appassionato e apprezzato cappellano festivo a Sant’Andrea, parrocchia dove aveva fatto catechismo già da giovane chierico, incantando i bambini con i suoi racconti.
Negli ultimi temi è stato anche confessore nel Seminario di Vittorio Veneto.
Di don Mario ci restano anche molti scritti, la maggior parte dei quali stesi negli ultimi anni della sua vita: in essi descrive e propone la sua tenace ricerca del vero volto di Dio, espressa spesso in forma di dialogo e … discussione con Lui. Essi presentano tratti autobiografici, o ricercano la problematica religiosa negli scrittori moderni e contemporanei tra i quali ha spicca Dostoijeski, del quale era un appassionato ammiratore, ma anche Camus, Tolkiem (Il Signore degli anelli) e altri. Ha
Sacerdote stimato per la sua viva spiritualità che gli faceva sentire Dio come Padre, per la chiarezza e la profondità del suo pensiero, per la continua, talvolta sofferta, ricerca di un dialogo tra intelligenza e fede, per la sua onestà intellettuale, per la semplicità di vita, per la sua passione/amore alla montagna, per il suo attaccamento agli affetti familiari, per la sua propensione all’amicizia sincera…
“Don Mario era una persona (e un sacerdote) quietamente… straordinario!” (una della FUCI)
“tra i doni da lui ricevuti essi la sua inaspettata capacità di giocare con i nostri figli piccini quand’era ospite nelle case – le confessioni da lui – le parole che diceva in confessione sempre lasciavano il segno – i libretti che inviava periodicamente – la conversazione sempre amabile e sempre critica e mai amara”
Ecco come lui stesso nel suo Testamento spirituale, titolato Ultime riflessioni parla della sua spiritualità:
“   Voglio dire anche qui un grazie al mio Angelo Custode; mia madre mi ha insegnato ad affidarmi a lui, di cui ho sempre sentito la protezione.
Confido che Maria Ss.ma “preghi per me nell’ora della mia morte”, come lo fa “adesso”.
Spero mi sia dato di esprimere la mia riconoscenza al Padre che è nei cieli, fiducioso nel suo amore misericordioso, quell’amore che ha voluto rivelarmi in Cristo Gesù, mio Signore e Salvatore”.
I Funerali hanno avuto luogo il 29 giugno 2013, festa dei SS Pietro e Paolo, nell’antica Pieve di Sant’Andrea in Vittorio Veneto, e riposa nel Cimitero di Sant’Andrea, come da lui desiderato.

curriculum vitae —  Mario ALBERTINI
nato a Valdagno (VI) il 2 febbraio 1925 (quinto di otto fratelli
accolto nel 1936 alla Casa S. Raffaele – Vittorio Veneto
studi di ginnasio – liceo – teologia presso il Seminario Vescovile
ordinato sacerdote il 21 settembre 1947 – da mons. G. Zaffonato
laureato in utroque jure nel 1951 presso il Pont. Ateneo Lateranense

tre periodi di attività:

dal 1951 al 1963 a Vittorio Veneto
insegnante di religione prima al Dante poi al Classico
assistente eccl. dioces. (e del circolo di Vitt.Ven.)
degli Universitari cattolici (FUCI)
direttore Casa dello Studente di Vitt.Vene.
attività pastorale nella Chiesa di s. Raffaele – V:V:

dal 1963 al 1988 a Roma
’63 -’74 vice assistente nazionale FUCI
’66 – ’74 direttore Seminario san Paolo
per vocazioni adulte di universitari e laureati
’74 – ’88 sottosegretario alla Congregazione dei Religiosi
per la Sezione Istituti Secolari
’65 – ’75  direttore dell’Unione sac. san Raffaele di VV

dal 1988 al a Vittorio Veneto
’89 – ’06 responsabile Commissione per le iniziative di aggiornamento per il Clero diocesano
’89 – ’10 difensore del vincolo al Tribunale ecclesiastico Triveneto
’89 – ’97  insegnante di diritto canonico presso lo studio teologico Treviso-Vittorio Veneto
’89 – ’05 docente all’università degli anziani di VV
’90 – ’05 direttore dell’Unione sac. san Raffaele di VV
’88 -2013 cappellano festivo alla Pieve di  S. Andrea VV