Lug 162014
 

don Aldo Bellio
(Testimonianza di Don Luigi Fossati)

Nato 7 dicembre 1942  a Silea (Treviso)
Ordinato 25 giugno 1967 a Vittorio Veneto
Morto 1 settembre 1990 all’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale

Nato nel ’42, è morto a quarant’otto anni.
Nella Comunità parrocchiale e nella città di Aprilia ha lascialo un ‘vuoto’ che non è stato più colmato.
Non so quanto nel vivere il suo sacerdozio Aldo proclamasse a parole o negli scritti la paternità di Dio. Sono certo che testimoniò tantissimo nella sua vita privata e pubblica la don Aldo Belliofraternità con gli ultimi, con i piccoli e con i bisognosi, con il Territorio che l’ospitava. Letteralmente ‘tutta’ la sua vita di prete fu a loro servizio. Beata la moglie che trova un marito che le dona altrettanto intensamente la sua vita.
Un ricordo particolare. Alle sette del mattino, la salma di don Clemente era stata affidata al carro-funebre che, da Aprilia, l’avrebbe portata a Soligo, per le esequie in paese con i famigliari Cietto e con i conoscenti. Nella casa-canonica di San Michele, quella giornata ebbe un tono dimesso… La sera, seduto con Aldo davanti la tv, un poco disorientato per dei fatti che non mi erano piaciuti, mi alzai dalla poltrona e diedi la ‘buonanotte’ ad Aldo. Stavo già con la mano sulla maniglia della porta delle scale:
A chi ghe tocheralo la prossima volta?” mi chiese Aldo collegando il pensiero alla salma di don Clemente che ci aveva lasciati. Mi fermai perplesso. Teneva lo sguardo fisso su di me. Lo guardai negli occhi e con voce incerta:
A proposito, Aldo… se me capita che i me trova un tumor…, te preghe per amicizia: dimelo subito. No menar al can per l’aia“. Lui me lo promise, chiedendomi la stessa fraternità nei suoi confronti. Un segno con la mano e salii in camera.
Dopo poche settimane Aldo morì. Di un tumore che lo tormentava da tempo e che gli aveva irrimediabilmente devastato l’intestino (colon trasversale) ed altri organi dello stomaco.
Per assecondare la sua inclinazione naturale, dopo i primi anni di sacerdozio vissuti in Aprilia, Aldo aveva frequentato per tre anni studi di sociologia alla Gregoriana. Erano gli anni fecondi della contestazione: ’69-70-71. Gli anni del dopo-Concilio. Spesso ci parlava con entusiasmo di Tuffari, Pin, Diez Alegrja… alcuni dei suoi professori d’università. Per due anni visse accanto a Don Severino Marchesini, nella parrocchia di San Giovanni Crisostomo. Poi ritornò ad Aprilia: così ci trovammo in sette confratelli a collaborare nella pastorale parrocchiale. Aldo mise subito a servizio della città e della Comunità cristiana la sua specifica preparazione culturale e la sua sensibilità attenta al sociale. Gli fu affidata la cura pastorale della frazione territoriale di Montarelli: 800/1000 persone racchiuse tra la Nettunense e la statale 148. In San Michele era stato incaricato dell’Ufficio Parrocchiale con particolare attenzione alla pastorale matrimoniale.
Una strana ‘allergia’ lo metteva in difficoltà quando si trovava ad agire e a parlare di fronte alla folla. Accusava di sentirsi come preso come un vortice che lo stordiva, che gli faceva perdere l’equilibrio. Sudava da ogni poro della pelle e doveva ritrovare l’equilibrio fisico mettendosi seduto. Aveva una netta predilezione per il dialogo nei piccoli gruppi. Poche volte celebrò da solo nella chiesa di San Michele, troppo vasta per lui e spesso molto frequentata. Per lo più si rifugiava nella concelebrazione: quand’era in piedi teneva una mano poggiata all’altare; se seduto teneva la mano sul bracciolo della sedia accanto.
Per ‘ricuperare’ la sua ‘assenza’ dal servizio liturgico in San Michele (me lo confidò lui stesso, quasi preoccupato di essere di peso per noi, data la sua difficoltà psico-fisiologica), tutte le domeniche pomeriggio, contati e suddivisi con me e con Gemma, una Sorella dell’Istituto secolare delle Figlie di Dio,  i soldi delle offerte, andava in chiesa e lì ‘pregava’ -proprio così mi disse- con la pattumiera e con la scopa… fazzolettini di carta, cicche e foglie secche trascinate in chiesa sotto le suole delle scarpe di mille e più persone, bustine di plastica…, risistemava ordinatamente sui banchi i trecento foglietti della liturgia, lasciava tutto pronto per la santa Messa vespertina. Tranne che in inverno, usciva dalla Chiesa dopo un’ora e più, madido di sudore. Forse nessuno gli ha mai detto ‘grazie’ per questo servizio nascosto e silenzioso.
Poi andava al ‘Centro don Milani’ dove aveva chiesto di poter disporre di due stanzette tutte per sé, per raccogliere e catalogare il materiale cartaceo che gli sembrava degno di nota sui problemi dibattuti al momento sia religiosi che sociali in genere, sia sui problemi particolari del Territorio, della città di Aprilia, della Diocesi e della Parrocchia. Il tutto diventerà, dopo la sua morte, il patrimonio delle Biblioteca dedicata proprio alla sua memoria. Aldo rimaneva chiuso nel suo ‘regno’ (con la radiolina accesa sui risultati della Juve, del Treviso (calcio-rugby-pallavolo) a lavorare per ore e ore… catalogava le riviste e i giornali della settimana… ritagliava o fotocopiava gli articoli mettendoli nelle apposite cartelle suddivise nei cento argomenti… raramente rientrava per l’ora della cena: gli piaceva cenare sul tardi, tra le 21 e le 22. Si cucinava due uova in camicia. Un dato per capire quanto lavorava: gli abbonamenti annuali a riviste di teologia, di sociologia, di cultura gli costavano -siamo negli anni ’80- più di due milioni. Chiedeva di avere a spese della parrocchia due quotidiani, a volte anche di più se le circostanze lo consigliavano e raccoglieva tutte le pubblicazioni locali: di ogni società presente sul Territorio, di ogni Circolo, di ogni formazione politica. Con due suoi amici fece qualcosa come milletrecento fotografie-documento del Territorio di Aprilia: centro-città e campagna-periferica.
Per il tanto e documentato materiale raccolto in pochi anni di lavoro certosino e sistematico Aldo era spesso contattato in Aprilia: dal mondo della scuola, dell’Associazionismo e a volta anche dal mondo politico. So di un assessore che gli commissionò una precisa documentazione sul problema dei ‘diversamente abili’ del Comune di Aprilia, per predisporre poi un’adeguata assistenza cittadina. So di concorsi scolastici vinti da studenti con il materiale specifico da lui messo a loro disposizione. Ricordo con commozione e con convinzione i vari Convegni cittadini organizzati insieme con lui, sempre su sua iniziativa, a nome della Parrocchia, su questo o quel disagio sociale di cui Aprilia purtroppo abbondava.
Intorno ad Aldo e al suo lavoro di analisi, di documentazione e di sensibilizzazione nacque per sinergia un nutrito e vivace ‘Gruppo Lavoratori’ che in casi particolari provocò anche difficoltà all’interno della vita parrocchiale. Ad una circostanziata accusa rivoltagli dal fratello-maggiore del nostro gruppo sacerdotale durante uno dei nostri incontri mensili (si trattava di due suoi articoli pubblicati su un mensile di Anzio/Nettuno che riguardavano il clero diocesano) -accusa allargata anche da altri interventi di critica per la presenza quotidiana di certi giovani nel suo Ufficio- Aldo ci rispose pressappoco con queste parole: Voi nella tradizionale pastorale sacramentale avvicinate e seguite la gran parte dei cristiani locali per rispondere alle loro richieste. Io mi lascio avvicinare, cerco di dialogare con quelle persone che in chiesa o dal prete non verrebbero mai. Almeno così è lasciata aperta una porta anche ad una fascia di persone che vivono assieme a noi nello stesso Territorio…
Insostituibile la sua collaborazione al mensile ‘Comunità parrocchiale‘ fortemente da lui voluto, difeso e diffuso. Su quelle pagine c’è ancor oggi una ricca e circostanziata documentazione sui problemi di Aprilia, quali: scuola ( edilizia, abbandono scolastico, tempo pieno), fabbriche, edilizia popolare, disagio giovanile, elezioni politiche e amministrative, nuove parrocchie,- gli immigrati… collaborazione che talvolta gli costò difficoltà anche all’interno del nostro gruppo sacerdotale. Storica e con echi diocesani la questione del referendum sul divorzio, quando dalle pagine del mensile, con la firma del Gruppo Lavoratori invitava a votare “no” all’abrogazione della legge che aveva introdotto in Italia la possibilità civile di divorziare.
So per certo che il materiale affidato da Aldo al mensile parrocchiale e servito in seguito ad almeno tre studenti universitari dì Aprilia per la loro tesi di laurea: una psicologa, un sociologo e un architetto. Lasciai Aprilia nel ’96. Anni dopo fui contattato da persone del mondo della scuola di Aprilia desiderose di consultare la documentazione lasciata da Aldo nelle pagine rilegate del mensile.
Una confidenza, se può servire a capire meglio il nostro caro confratello. La trovo nel mio diario dell’88: “13 aprile – Aldo mi chiede di lasciare con lui Aprilia, di ritornare a Vittorio Veneto, chiedendo di gestire insieme la Biblioteca di Casa Pater, naturalmente aprendola al pubblico aggiornata sulle tematiche delle ricerche più recenti. Per renderla una delle voci nel dialogo socio-culturale di Vittorio Veneto. Lui ci credeva tanto”. Io non ne ho avuto il coraggio.
Ancora tre aspetti mi piace sottolineare della vita comunitaria di Aldo:
1-    sapeva mantenere un rapporto positivo, aperto e collaborativo anche con le persone che sentiva lontane dalla sua visione culturale dei problemi della vita quotidiana;
2-  la sua attenzione alle piccole cose. Qui dovrei scendere in particolari personali e non mi va di farlo. Comunque ricordo sue asserzioni fatte dopo anni da certi avvenimenti, asserzioni dalle quali traspariva la sua sottolineatura di particolari che a me sembravano del tutto trascurabili e che invece lui aveva colto come particolarmente validi.
3- Era il contrario di Andreotti, famoso per aver detto: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. Con Aldo nei frequenti colloqui quotidiani constatai come sempre cercasse di fare una lettura positiva dei fatti che ci interessavano, dell’agire di questa o di quella persona. Penso che questo fatto lo abbia anche portato ad una morte prematura: si fidò troppo del suo medico, contattato sempre e solo per telefono negli ultimi tre anni…
Se chiudo gli occhi, rivedo il corridoio dell’Ospedale Regina Apostolorum ‘reparto sacerdoti’ (la prima volta che Aldo entrò ricoverato in un ospedale fu anche l’ultima). Lui mi stava di schiena. Le spalle erano ossute, scheletriche come un attaccapanni. Trascinava le pantofole. Pensai e pregai tra me: va tranquillo, Aldo. Al di là della porta troverai due braccia di Padre che ti diranno “Ero in carcere e sei venuto a trovarmi… ero forestiero e mi hai accolto con ospitalità… avevo fame e tu ti sei fatto in quattro per nutrirmi di speranza…”. Dopo i miei famigliari, Aldo è la più bella amicizia della mia vita. Mi ha spinto a frequentare orizzonti che da solo, probabilmente, non avrei mai gustato.

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