Mag 302017
 

vaticano_-_chiesa_300_x_406Credo che dalla nostra fede fluiscano le realtà più essenziali e irrinunciabili della nostra vita: la comunione dei santi  e delle cose sante che è la Chiesa, la possibilità di una grande famiglia umana unita quale Cristo la volle.

Credo la Chiesa, ho fiducia in essa perchè è mia madre nella fede e mi ha trasmesso Gesù Cristo vivo. Accoglierlo da lei, e cercare di fare di Cristo la mia identità, è stato l’affare migliore della mia vita.

Amo la Chiesa come mia madre, e la sua carne di sorelle e fratelli concreti altro non è che il corpo di Dio. In essa ho imparato che la cosa più bella del mondo è la gente. Credo che la Chiesa sia santa perché differente, non omologata al mondo, testimone e memoria vivente di Uno che è Totalmente Altro, e che viene affinchè la storia sia totalmente altra da quello che è (Karl Barth). Credo che la Chiesa sia santa perché amata. San Paolo scrive alla comunità che è in Roma: “A tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata” (Rm 1,7). Santi perché amati: è l’amore di Dio che santifica.    

La Chiesa è santa di una santità originaria, fontale, pre-etica, pre-morale, che non deriva dall’obbedienza alle regole o dal comportamento, ma dall’amore di Dio che avvolge, penetra, santifica. Allora stare nella Chiesa è come esporsi al sole e lasciarsi irradiare, accumulare la luce, per poi rilasciarla goccia a goccia.

Credo che la Chiesa di Dio sia più bella di tutti i sogni, più intensa di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per edificarla. Ma credo anche che la Chiesa sia pellegrina, caduta eppure incamminata, ferita eppure guaritrice, una carovana dove santi e peccatori si tengono per mano, che porta tutti, profeti che sono già sulle frontiere e quelli dalla fede claudicante, che, a fatica, chiudono la fila. La Chiesa è la mia carovana, che ama le ripartenze al levar del sole.

Il Vangelo non è adeguamento, ma dilatazione. Gesù non è venuto a portarci un sistema di dottrine, ma una sconvolgente liberazione (Giovanni Vannucci). E sento la gioia e la forza di appartenere non a un sistema chiuso, bloccato, definito, ma a un sistema aperto, dove noi credenti non  siamo esecutori di ordini ma inventori di strade. La Chiesa ha sentieri nel cuore. E primavere. Non è né monarchica, né democratica: la sua caratteristica è di essere “sinodale”. Un termine che evoca un pluralità di sentieri, un fare strada insieme, un convergere da mille luoghi diversi verso un centro che è  oltre noi, come le nervature dei rosoni delle cattedrali romaniche o come i raggi di una ruota che convergono al mozzo. Conosco la sua grandezza e i suoi difetti, sono quelli delle sette chiese dell’Apocalisse, sono i miei; e se glieli ricordo, con la tenerezza e la fiducia con cui li avrei ricordati a mia madre, è  per camminare insieme verso vita più vera. Credo che la Chiesa sia cattolica, cioè universale: braccia aperte inviate al mondo, accoglienza instancabile di ogni escluso.

Quando dico “sono cattolico”, io sto affermando che ogni terra mi è patria e ogni patria è per me terra straniera (Lettera a Diogneto). Cattolico non significa bianco, occidentale, romano, ma copto dì Egitto e caldeo di Siria, al tempo stesso armeno e latinoamericano, etiope e filippino. In me c’è qualcosa dei Padri del deserto, forse tracce di Francesco d’Assisi, o almeno la sua nostalgia, in me si è posata l’orma di mille donne sante  e anonime. Ma anche il gemito di morenti, il terrore di naufraghi, la luce dei mistici, il grido vittorioso del bimbo che nasce, abbracci di amanti. Io sono loro. Tutti insieme santi, perché tutti amati.

Cattolico vuol dire cuore abitato, terra attraversata, molo di arrivi e partenze. E se io non accolgo, o escludo, qualcuno, è me stesso che escludo dalla comunione. La Chiesa o è accoglienza o non è.

 

 

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