Nov 012016
 

Veduta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, Palazzi Apostolici Vaticani

Città del Vaticano, 26 marzo 2015. “Benvenuti. Questa è la casa di tutti, è casa vostra”. Sono passate da poco le cinque del pomeriggio quando papa Francesco, a sorpresa, si affaccia sulla soglia della Sistina ad accogliere i suoi ospiti. Dalla parete in fondo, il Cristo di Michelangelo leva il  braccio a separare i salvati dai dannati ed è la prima volta che lo vedono.

I centocinquanta clochard che vivono intorno a San Pietro hanno lo sguardo che brilla di stupore, alzano gli occhi e vedono la Creazione di Adamo. Si voltano dall’altra parte ed ecco il Pontefice che sorride, si avvicina per salutarli uno a uno. “Per favore, pregate per me. Ho bisogno della preghiera di persone come voi”. Papa Francesco ha fatto recapitare ai senzatetto un invito perché potessero entrare, da soli come ospiti privilegiati, con i capolavori di Michelangelo esclusivamente per loro.

E’ l’intuizione di un’ottava opera di misericordia, corporale e spirituale insieme: regalare agli occhi dei poveri la visione di uno dei luoghi più belli del mondo, uno dei vertici assoluti dell’umano, e al loro cuore il brivido dello stupore, una fessura di gioia dentro le pareti amare dei loro giorni. Francesco, con uno dei suoi gesti spiazzanti e creativi, ha voluto offrire ai bisognosi (e ogni uomo è bisognoso) la carità della bellezza e della cultura, e non soltanto quella del cibo  e del vestito: dare da mangiare il pane della bellezza è donare dignità. Perché non si vive di solo pane. Anche i  senzatetto, soprattutto loro, devono poter godere della bellezza custodita per tutta l’umanità dai Musei Vaticani. La bellezza per Agostino (“tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova”) e per san Francesco (“Tu sei bellezza, tu sei bellezza”) non è altro che un nome di Dio. La bellezza  è insieme un riflesso di Dio e un accrescimento di umanità, “un salto verso la pienezza propriamente umana” (Laudato sì, 103): la bellezza umanizza, è terapeutica, allarga l’anima. Educare alla bellezza, offrirla, custodirla è quindi un’autentica opera di misericordia spirituale. Lo stesso Vangelo deve essere offerto dentro una cornice di bellezza e di poesia e non dentro veli di sciatteria e tristezza, in ambienti depressi, in atmosfere cupe.

Il Vangelo è bello e rende bella la vita, deve essere proclamato respirante bellezza. E’ importante che  i luoghi dove si evangelizza – chiese, canoniche, conventi – siano custodi per tutti del bello, un bello “diverso”: non il bello lussuoso che ostenta, non il bello cosmetico che vuole apparire, ma un bello armonioso, che pacifica e rallegra, frutto della ricerca di ciò che fa star bene l’uomo. Una chiesa romanica o uno splendido paesaggio non sono soltanto cornici per la Parola, ma suoi interpreti, in grado di svelarne di volta in volta aspetti nuovi, autentici luoghi teologici. Una virtù civile da riscoprire è educarci alla cultura e al gusto del bello: prenderci cura della bellezza della casa, del paese, del quartiere, della città, del paesaggio, a partire dalle piccole cose, dalle cartacce a terra, dallo sporco, dalla trascuratezza. Noi costruiamo le città, ma poi sono le città che costruiscono noi. Un secondo impegno: fare la guerra al brutto. Farla al degrado, allo spappolamento urbanistico, all’incuria verso i beni comuni, allo spreco che trasforma le risorse in rifiuti, all’inquinamento, alla volgarità nei gesti e nella parola. Non solo dispiacersi per il brutto, ma lottare. La guerra al brutto e alla insensibilità sono un fatto etico, non semplicemente estetico, sono un fatto politico e civile. E’ una battaglia culturale, di lungo respiro. Perché il mondo è povero, imbruttito, depredato dall’economia rapace e superficiale. Ma la bellezza è vera misericordia da custodire sempre, almeno per frammenti, sopra le macerie dell’abuso del mondo.                                                     (Ermes Ronchi)

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